"Le signore dell'arte", quando una mostra porta alla luce artiste cresciute nell'ombra


Dal film "Artemisia - passione estrema" di Agnès Merlet

Artemisia Gentilischi, pittrice italiana di scuola caravaggesca, dipinse per anni sotto il nome del padre; tra loro si era instaurata una profonda collaborazione, dal momento che la pittura nel Seicento era considerata un’arte esclusivamente maschile: le tele erano dipinte da Artemisia, ma portavano il nome del padre Orazio, pittore anche lui. Artemisia fu per il padre modella e musa ispiratrice, e questa sua condizione prevalse per anni sulla sua bravura artistica, finché il suo talento non venne scoperto da un granduca fiorentino e la sua fama a Firenze crebbe rapidamente.

Conosciamo la storia di Artemisia perché le sue opere sono diventate popolari e su di lei è stata creata un’aurea di notorietà: protagonista di due film (Artemisia - passione estrema, di Agnès Merlet del 1997 e Artemisia Gentileschi pittrice guerriera, di Jordan River del 2020), Artemisia da soggetto conosciuto solo in campo artistico è diventata un’icona mondiale. La comunicazione tessuta su di lei l’ha resa simbolo di un femminismo sempre più considerato ed emblema della strenua difesa che una donna può fare della propria dignità professionale. La scelta di fare uscire il film “Artemisia Gentileschi pittrice guerriera” il 25 novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, non è stata casuale: Artemisia Gentileschi è stata vittima di violenza da parte di un collega, Agostino Tassi, ma ha scelto di percorre la strada del riscatto, non della sottomissione, lasciando lo scandalo alle spalle e realizzando capolavori capaci di toccare i cuori di chi li contemplava allora e di chi li contempla anche quattro secoli dopo. La comunicazione, nel caso di Artemisia, può essere considerata un mezzo di trasformazione artistica, capace di innalzare soggetti che diversamente sarebbero rimasti nell’ombra. 


Fede Galizia, 'Giuditta con la testa di Oloferne'


Artemisia ce l’ha fatta, e l’obiettivo della mostra “Le signore dell’arte”, inaugurata a Palazzo Reale a Milano, è di permettere ad altre artiste, promettenti quanto lei, di raggiungere lo stesso scopo. La mostra riveste di una nuova luce pittrici rimaste per anni nell’ombra, donne che hanno sfidato le autorità dell’epoca, la rigidità delle restrizioni e la famiglia per diffondere le loro opere, per permettere ai loro capolavori di andare oltre la sfera privata. Essere donne artiste, tra il Cinque e il Seicento in Italia, era una sfida sia professionale che sociale e il ricorso a uno pseudonimo diventava spesso una scelta obbligata.
Elisabetta Sirani, Fede Galizia, Ginevra Cantofoli sono solo alcune delle 34 artiste presenti nella mostra, che in primo luogo possono sembrare sconosciute, ma che una volta osservati i loro capolavori rimarranno impresse nella mente del visitatore. 130 opere che danno voce a un’intensa creatività femminile, raccontata percorrendo storie di donne coraggiose portatrici di grandi ideali e curatrici di singolari stili di vita. La mostra comprende anche opere esposte per la prima volta, come quelle di Claudia del Bufalo, nobile romana che entra a far parte, grazie a questa esposizione, di una storia dell’arte al femminile.

Comunicare per far conoscere, conoscere e poi comunicare, questo è lo scopo di una mostra che ingloba opere non di un artista popolare, ma di donne che, dopo essere cresciute nell’ombra, possono finalmente trovare la loro luce.

Chiara Zoppi

Commenti

Post più popolari